Sentenze
Tribunale di Venezia - Sezione III civile - Sentenza 10 novembre 2004
Risarcimento del danno morale

Svolgimento del Processo

Con l’atto di citazione in epigrafe indicato V. S., a mezzo dei suoi procuratori generali D. A. e F. V. S. (rispettivamente moglie e figlio del primo), i quali agivano anche in proprio, convenivano dinanzi al Tribunale di Venezia l’Azienda U.L.S.S. 12 Veneziana, il dott. Gino C. ed il prof. U. L.. Esponevano gli attori che il 24.7.1997 V. S. era ricoverato presso la divisione di urologia dell’Ospedale Civile di Venezia, diretta dal prof. U. L., per sospetta recrudescenza della malattia del bacillo di Koch, per essere stato in precedenza ammalato da TBC ordinaria. Durante il ricovero, tra gli altri, era effettuato un esame radiologico. In data 25.7.1997 il radiologo dott. Borghero aveva restituito la radiografia al servizio radiologico con la seguente diagnosi: “ su un fondo di enfisema è presente al 3° superiore di sinistra una opacità nodulare a margini sinuosi di circa 20 mm. di diametro massimo di sospetta natura eteroplastica … quanto descritto necessita di integrazione con TAC toracica.” Detto referto, tuttavia, non era preso in considerazione né dal prof. U. L. primario della divisione di urologia, né dal dott. C., posto che in data 1°.8.1997 lo V. S. era dimesso con il seguente certificato redatto da quest’ultimo: “…ricoverato presso la nostra divisione dal 24.7.97 al 1°.8.97 viene dimesso con diagnosi di pregressa tbc urinaria. E’ stato sottoposto ad accertamenti radiologici ed endoscopici negativi. Si consiglia terapia a base di Noroxin 400+1 cp die X 5 gg. Siamo in attesa del referto della ricerca BK su terreno di arricchimento. Tra 40 gg. controllo ambulatoriale previo appuntamento.” I ridetti sanitari, pertanto, non solo non avevano proceduto al dovuto trattamento direttamente o mediante trasferimento nel reparto di oncologia, ma avevano omesso di informare della circostanza i familiari ed il medico curante di quanto riscontrato nella radiografia del 25.7.1997.

Successivamente, la mattina del 15.12.1998, avendo cominciato ad accusare alcuni giorni prima un formicolio ed una perdita di sensibilità all’avambraccio sinistro ed alla gamba sinistra, la D. A.si era accorta che il marito non era più in grado di camminare. Di qui il trasporto presso l’Ospedale civile di Venezia dove lo V. S. era ricoverato nel reparto di neurologia. Effettuato un esame radiologico si accertava che, operato un raffronto con quello del 25.7.1997, la formazione espansiva al 3° medio-superiore del polmone sinistro era triplicata, pur non essendovi tumefazioni linfonodali. In data 22.1.1999 lo V. S. era trasferito presso il reparto di oncologia, dove, stante la non operabilità, era sottoposto a terapie chimiche e radioterapiche, per poi essere dimesso il 6.2.1999, ancora in corso al momento della proposizione del giudizio.

Lamentavano, pertanto, gli attori che la trascuratezza dei ridetti sanitari della divisione di urologia, per il mancato approntamento degli accertamenti conseguenti all’esame radiografico del 25.7.1997 e per la mancata informazione sul reale stato del paziente, avevano determinato, a fronte della diagnosi di microcitoma con metastasi anche cerebrale, come poi accertato a cavallo tra il 1998 ed il 1999, una patologia, con l’aggravio di una emiplegia, rispetto alla quale erano sperimentabili solo interventi chemioterapici e radianti atti solo a rallentare il decorso senza poter incidere sulla prognosi di un esito infausto. Il tutto, come da perizia di parte del dott. Bottecchia, aveva determinato in V. S. Vittorino un danno biologico del 100% e morale, oltre che un rilevante danno biologico di natura psichica a carico della D. A.per una recidiva di una sindrome ansioso depressiva, ed un pregiudizio di carattere morale a danno non solo del paziente, ma anche dei suoi familiari per le continue necessità di cura ed assistenza.

L’addebito in questione, ad avviso degli attori, ricadeva sul dott. C. che aveva avuto in cura lo V. S. ed era il destinatario del referto radiografico del 25.7.1997, mentre il primario, prof. U. L., il quale a sua volta aveva visitato quotidianamente il paziente, avrebbe dovuto rispondere per l’inadeguatezza delle direttive impartite al personale del reparto e per non aver saputo a sua volta rendersi conto della situazione.

Gli attori reclamavano nei confronti dei convenuti il risarcimento dei danni patrimoniali in relazione agli esborsi tutti conseguenti al ricovero del dicembre 1998, oltre quello biologico e morale da essi patito, segnalando inoltre i redditi da pensione di cui godevano.

Si costituivano i convenuti e contestavano sia l’an sia il quantum della pretesa attorea. In particolare si rilevava che al momento della dimissione dello V. S. nell’agosto del 1997 il referto dell’esame radiografico del torace non era ancora pervenuto in cartella clinica, rimanendo, per circostanze non rimproverabili ai sanitari, del tutto sconosciuto, tanto più che lo V. S. non presentava alcuna sintomatologia in grado di far sospettare la patologia polmonare ed era stato ricoverato per l’accertamento di una sospetta recrudescenza di una infezione alle vie urinarie. In data 1° agosto 1997, dopo la visita del primario, lo V. S. era stato dimesso non senza la prescrizione di un programma di controlli da parte del dr. C..

In ordine all’ambito del pregiudizio, i convenuti contestavano l’ampiezza (nella specie, il 100%) dell’invalidità lamentata, dovendosi poi accertare il nesso di causa tra lo stato rilevato ed il ritardo diagnostico. Aggiungevano i convenuti che la patologia tumorale (microcitoma) a carico dello V. S., pur diagnosticabile nel 1997, era difficilmente operabile, poco prestandosi ad una exeresi chirurgica, “normalmente manifestandosi ed essendo diagnosticabile per lo più quando già in fase di metastasi”, sì che le uniche cure praticabili sarebbero state quelle chemioterapiche e radioterapiche con bassa aspettativa di buon esito. Contestavano ancora i convenuti la legittimazione della D. A.e di V. S. F. a pretendere il risarcimento del danno morale, mentre il pregiudizio psichico patito dalla prima presupponeva apposita consulenza specialistica.

Radicato il contraddittorio, all’esito dell’udienza di prima comparizione erano concessi i termini per il deposito di memorie ai fini di cui all’art. 180, comma 2, c.p.c. In data 22.6.2000 l’avv. Giampietro Carlet depositava atto di rinuncia al mandato. Con comparsa del 9.1.2001 si costituiva per D. A. e V. S. F., anche quali eredi di V. S. Vittorino deceduto il 6.7.2000, l’avv. Giancarlo Tonetto e chiedeva la condanna in via solidale dei convenuti a titolo di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale per le causali già esposte.

Espletata l’udienza ex art. 183 c.p.c. e formulate le definitive istanze di prova, era disposta una prima consulenza tecnica d’ufficio in relazione alla patologia accertata a carico di V. S. Vittorino. Con comparsa del 7.11.2002 si costituivano in sostituzione del revocato avv. Tonetto, gli avv.ti Tullio e Federica Pantaleoni, i quali facevano proprie tutte le domande del precedente difensore. Con ordinanza del 17.1.2003 era disposta C.T.U. sulle persone degli attori in relazione ai prospettati pregiudizi reclamati in funzione della patologia del loro congiunto poi deceduto. Con atto del 15.5.2003 F. V. S. rinunciava alla domanda promossa nei limiti dell’accertamento del pregiudizio psichico connesso al decesso del padre.

La causa era poi trattenuta in decisione sulle conclusioni epigrafate all’udienza del 14.5.2004, previa concessione dei termini per il deposito degli atti ex art. 190 c.p.c.

Motivi della decisione

1) La domanda è fondata per le ragioni di seguito indicate.

La svolta consulenza tecnica d’ufficio, affidata al dott. K. ha permesso di accertare, senza che al riguardo possa sorgere alcun dubbio, l’inadempienza della struttura convenuta, per effetto della condotta omissiva dei propri sanitari, rispetto al rapporto contrattuale in essere. Al riguardo occorre precisare che l’inadempienza imputabile ai convenuti non attiene al tipo di patologia per la quale lo V. S. fu ricoverato nel luglio 1997 presso l’Ospedale di Venezia, ovvero alle prestazioni di diagnosi e cura afferenti l’ambito specialistico della divisione di urologia, quanto un obbligo di informazione ulteriore a seguito di un esame radiografico, quello del 25.7.1997, di tutta evidenza disposto nel quadro degli accertamenti connessi alla prospettata recrudescenza del bacillo di Koch.

Nel referto delle radiografie effettuate il 25.7.1997 si legge “ su un fondo di enfisema è presente al 3° superiore di sinistra una opacità nodulare a margini sinuosi di circa 20 mm. di diametro massimo di sospetta natura eteroplastica … quanto descritto necessita di integrazione con TAC toracica.” (cfr. il doc. 5 del fascicolo di parte attorea). Sta di fatto che in data 1°-8-1997 lo V. S. era dimesso (non è contestato che la lettera di dimissioni sia stata sottoscritta dal dr. C.) con le seguenti indicazioni “…ricoverato presso la nostra divisione dal 24.7.97 al 1°.8.97 viene dimesso con diagnosi di pregressa tbc urinaria. E’ stato sottoposto ad accertamenti radiologici ed endoscopici negativi. Si consiglia terapia a base di Noroxin 400+1 cp die X 5 gg. Siamo in attesa del referto della ricerca BK su terreno di arricchimento. Tra 40 gg. controllo ambulatoriale previo appuntamento.” (cfr. il doc. 6 ibid.).

Delle due l’una, o i sanitari nel procedere alla dimissione del paziente (della posizione del primario si dirà più avanti) non hanno tenuto conto del referto radiografico del 25.7.1997 ovvero, anche se pervenuto successivamente alla dimissione, lo hanno ignorato. Se come sostenuto, il referto in questione al momento delle dimissioni non era disponibile, per un presunto disguido burocratico, ciononpertanto, alla luce della particolare gravità del suo contenuto (“…opacità nodulare a margini sinuosi di circa 20 mm. di diametro massimo di sospetta natura eteroplastica … quanto descritto necessita di integrazione con TAC toracica.”) il dr. C. o qualunque sanitario, compreso il primario, avrebbero dovuto informare della circostanza lo V. S., al fine di consentirgli di sottoporsi a tutti gli approfondimenti del caso e di intraprendere i presidi diagnostici e terapeutici necessari in relazione allo stato della patologia tumorale.

Così non è stato nel caso di specie, né risulta, come peraltro incombeva sulle parti convenute la dimostrazione dell’ignoranza incolpevole di un siffatto referto. Né è sostenibile che esulando la patologia, da cui si è poi scoperto essere affetto lo V. S., dall’ambito specialistico urologico i sanitari in questione fossero esonerati dall’obbligo di fornire un’informazione comunque attinente il piano della salute del paziente. Infatti, nell’ambito del contratto di spedalità rientrano, oltre le prestazioni di diagnosi e cura, anche tutta una serie di prestazioni ulteriori, fra cui quella di raccogliere il consenso del paziente e, quindi, quella di fornire a quest’ultimo un ampio bagaglio informativo, parametrato anche in relazione alle capacità dello stesso, al fine di potere decidere consapevolmente in ordine ai trattamenti. L’ampiezza dell’obbligo di informazione gravante sui sanitari, anche alla luce dell’art. 29 dell’allora vigente codice di deontologia, non può essere letto restrittivamente dal punto di vista della patologia alla base del ricovero. Si può osservare che, nell’ambito della valutazione della diligenza secondo il parametro contenuto nell’art. 1176, comma 2, c.c., l’obbligo di informazione in questione può essere riguardato secondo uno standard non particolarmente elevato. In altri termini, non bisognava disporre del bagaglio informativo di un oncologo per rendersi conto che la riscontrata opacità nodulare meritasse un approfondimento, non foss’altro perché così consigliava lo stesso radiologo.

Nell’ambito della distribuzione dell’onere della prova in campo di responsabilità contrattuale, l’orientamento ormai dominante della Cassazione ha virato decisamente verso la piana applicazione del criterio di cui all’art. 1218 c.c., sì che, una volta allegato l’inadempimento da parte del creditore, incombe sulla parte convenuta la dimostrazione della non imputabilità di esso (cfr. Cass. 21 giugno 2004, n. 11488; 28 maggio 2004, n. 10297; 4 marzo 2004, n. 4400; 10 maggio 2002, n. 6735, tutte nella scia di sez. un. 30 ottobre 2001, n. 13533), giungendosi, quindi, a sostenere che non incombe sull’attore neppure l’onere di allegazione della colpa in cui il sanitario sarebbe incorso (cfr. sullo specifico aspetto Cass. 11488/2004). Tale affermazione, portata alle sue estreme conseguenze si tradurrebbe nel definitivo superamento della tradizionale distinzione tra obbligazioni di mezzi ed obbligazioni di risultato (tale ad esempio è il dictum di Cass. 10 settembre 1999, n. 9617), sì che in base al solo esito peggiorativo dello stato di salute del paziente sarebbe possibile affermare l’inadempimento anche a prescindere dall’applicazione della regola pretoria nota come res ipsa loquitur.

Osserva il giudicante che una tale conclusione può essere raggiunta senza dubbio quando è possibile distinguere un interesse positivo del creditore ad ottenere una ben determinata prestazione, perfettamente identificabile sul piano del risultato e totalmente distinta dal piano della salute, senza per questo potersi escludere che dal mancato soddisfacimento del primo possa scaturire una lesione della seconda. Tali sono sicuramente i casi comunemente contraddistinti come “nascita indesiderata”, tant’è che Cass. 11488/2004, Cass. 6735/2002 e Cass. 9617/1999 si occupano di simili evenienze (le prime due in materia di errore del medico ecografista, la seconda a proposito del malriuscito intervento di sterilizzazione femminile). Quando, come nel caso di specie, si tratta di apprezzare l’incidenza di una condotta omissiva (sul piano della non considerazione del referto radiografico e su quello dell’informazione al paziente), mette conto riscontrare più da presso se ed in quale misura quest’ultima possa ritenersi inadeguata allo standard di diligenza dovuto.

Una volta fatta tale verifica, proprio perché si verte in campo contrattuale (nel cui alveo si colloca anche la responsabilità del medico dipendente di una struttura pubblica), può trovare applicazione la regola secondo cui in caso di inadeguatezza della prestazione rispetto all’interesse del creditore non si può revocare in dubbio l’an della responsabilità, residuando solo un problema di delimitazione delle conseguenze risarcibili, al cui governo presiede l’art. 1223 c.c. e, quindi, di verifica se la conseguenza si configuri come sviluppo del rischio che la corretta esecuzione della prestazione avrebbe permesso di arginare. Ciò spiega perché in campo civilistico non possa farsi applicazione nei termini prospettati dalla difesa di parte convenuta dell’orientamento seguito dalla giurisprudenza penale in campo di causalità omissiva.

D’altro canto, come acutamente rilevato dalla dottrina, la responsabilità civile e quella penale rispondono a diverse ragioni di policy e correlativamente le stesse regole causali non sono pienamente sovrapponibili: in campo penale domina l’idea del garantismo innervato dalla logica kantiana contrapposta ad una di stampo assolutista che vede il singolo al servizio del sistema o dello Stato; in quello civile prevale una logica compensativa-satisfattoria e prescrittiva.

A questo punto l’indagine deve tornare sulla relazione del dott. K., il cui contenuto, espresso con motivazione adeguata, perché sorretta da argomentazioni piane e convincenti, oltre che prive di incoerenze narrative, deve intendersi pienamente richiamato in questa sede. Nella sua relazione il C.T.U. ha evidenziato che lo V. S. è risultato affetto da un microcitoma del polmone, le cui cause non sono state sicuramente identificate, in grado di evolvere rapidamente verso un esito fatale se non opportunamente trattato. Per quanto trattabile in forma chirurgica se tempestivamente diagnosticato, nel caso di specie, a causa del ritardo (oltre 17 mesi dal referto del luglio del 1997, mentre l’indagine fatta nel gennaio 1995 non aveva rilevato nulla di anomalo, cfr. pag. 3 della relazione) nella diagnosi, il paziente ha potuto fruire soltanto delle chemioterapie e delle radioterapie. Più nel dettaglio, ha osservato il C.T.U., “la patologia costituita dal microcitoma al momento della sua prima identificazione avvenuta in data 25.7.1997, si trovava in stadio I con linfonodi negativi e presumibilmente anche senza localizzazioni linfonodali extratoraciche e senza localizzazioni viscerali, cioè in forma localizzata e non metastatizzata, era certamente curabile, vuoi mediante intervento chirurgico di resezione del lobo polmonare interessato, vuoi mediante radio e chemioterapia, vuoi variamente combinate a seconda delle scelte operate in accordo con le teorie curative proposte dalle scuole accreditate … La tempestiva diagnosi, la successiva adeguata terapia nei modi e nelle opzioni sopra indicate, ed indipendentemente dalla scelta di quale di queste, avrebbe certamente allungato la vita del paziente e forse, ma limitatamente alla percentuale del 35% ad un massimo del 60% dei casi, anche con definitiva guarigione” (cfr. la relazione pag. 14 e s.). Il C.T.U. ha poi concluso con l’affermare che “certamente sarebbe stato possibile allungargli la vita di un periodo superiore a quello che è stato possibile fare sottoponendolo egualmente alle adeguate terapie, ma in stadio di malattia più avanzato rispetto a quello in cui si trovava al momento della esecuzione dell’indagine radiologica avvenuta in data 25.7.1997” (cfr. la relazione pag. 15).

Nella prospettiva della verifica dell’inadempienza contrattuale siffatte indicazioni appaiono sufficienti per ritenere provata l’inadeguatezza della condotta dei sanitari che ha portato alla dimissione dello V. S., mancando di renderlo edotto, sia pure in seguito, in ordine all’evidenza contenuta nell’esame radiografico del 25.7.1997.

Nessun dubbio può sorgere in merito all’illiceità della condotta dr. C. e del pari deve essere affermata la responsabilità del primario alla luce di quanto disposto dall’art. 7, comma 3, d.p.r. 128/1969. In base a tale disposizione “Il primario vigila sull'attività e sulla disciplina del personale sanitario, tecnico, sanitario ausiliario ed esecutivo assegnato alla sua divisione o servizio, ha la responsabilità dei malati, definisce i criteri diagnostici o terapeutici che devono essere seguiti dagli aiuti e dagli assistenti, pratica direttamente sui malati gli interventi diagnostici e curativi che ritenga di non affidare ai suoi collaboratori, formula la diagnosi definitiva, provvede a che le degenze non si prolunghino oltre il tempo strettamente necessario agli accertamenti diagnostici ed alle cure e dispone la dimissione degli infermi, è responsabile della regolare compilazione delle cartelle cliniche, dei registri nosologici e della loro conservazione, fino alla consegna all'archivio centrale; inoltra, tramite la direzione sanitaria, le denunce di legge; pratica le visite di consulenza richieste dai sanitari di altre divisioni o servizi; dirige il servizio di ambulatorio, adeguandosi alle disposizioni ed ai turni stabiliti dal direttore sanitario; cura la preparazione ed il perfezionamento tecnico professionale del personale da lui dipendente e promuove iniziative di ricerca scientifica; esercita le funzioni didattiche a lui affidate.”

Da ciò deriva che, se non può essere chiamato a rispondere in relazione a tutto quanto accade all’interno del reparto a lui affidato, la “responsabilità del malato”, attribuita dall’art. 7 d.p.r. 27 marzo 1969 n. 128, gli impone la puntuale conoscenza delle situazioni cliniche che riguardano i degenti, a prescindere dalle modalità dell’acquisizione di tale conoscenza. Inoltre, la “vigilanza sull’attività” del personale sanitario (prevista ancora dall’art. 63, comma 5, del d.p.r. 769/79 e lo stesso art. 15, comma 2, d.lgs. 502/92 attribuisce al dirigente medico di II livello funzioni di direzione ed organizzazione della struttura) implica quantomeno che il primario si procuri informazioni precise sulle iniziative intraprese dagli altri medici cui il paziente sia stato affidato (cfr. Cass. 16 maggio 2000, n. 6318; 18 maggio 2001, n. 6822, cui adde Cass. 7 dicembre 1999, Gulisano; 11 gennaio 2001, Bassetti).

Poiché dalla narrativa della comparsa di risposta del U. L. si evince che la dimissione avvenne dopo la visita fatta dal primario, ancora una volta vien fatto di rilevare l’omessa valorizzazione del referto radiologico del 25.7.1997, ovvero la mancata assunzione di ogni doverosa iniziativa sul piano dell’informazione del paziente in caso di arrivo successivo del referto in reparto (circostanza peraltro rimasta indimostrata). Elementi, questi ultimi, tutti in grado di fondare il giudizio di inadempienza nei confronti del U. L..

Una volta accertata l’esistenza di una inadempienza imputabile ai sanitari convenuti e, quindi, anche alla struttura, da cui i primi dipendono, come già detto, tutte le altre questioni dibattute dalle parti (ma non quella appena evidenziata) si collocano a valle e devono essere governate secondo il meccanismo delineato nell’art. 1223 c.c., trattandosi di conseguenze imputabili ai debitori (in solido) se ed in quanto concretizzazione del rischio correlabile all’inadempimento della prestazione dovuta.

2) V. S. è deceduto il 6.7.2000. Nella certificazione del 19.2.2002, allegata alla relazione del dott. K., si legge al riguardo del decesso che causa iniziale è stato il microcitoma polmonare; causa intermedia le metastasi cerebrali; causa terminale l’arresto cardiocircolatorio, rilevando altresì metastasi ossee. Sul punto ha osservato il consulente che, malgrado la mancata effettuazione dell’autopsia, sulla base degli atti ed in assenza di altre possibili concause empiricamente comprovate, la malattia di base, che non fu tempestivamente riconosciuta né correttamente trattata, è stata la più probabile tra le cause e la più possibile tra esse a portare lo V. S. al decesso.

Questo giudicante non può che condividere tale conclusione, neppure contestata dalla difesa di parte convenuta, anche sulla base di un ragionamento basato sulla presenza di elementi di carattere presuntivo, pur sempre gravi, precisi e concordanti.

A seguito del formicolio e della perdita di sensibilità all’avambraccio ed alla gamba di sinistra accusati verso la metà del dicembre 1998, lo V. S. fu portato presso l’Ospedale civile di Venezia e qui, dopo essere transitato per il pronto soccorso, fu ricoverato presso la divisione di neurologia. L’esame radiologico disposto durante il ricovero, come già detto, permise di accertare che, operato un raffronto con quello del 25.7.1997, la formazione espansiva al 3° medio-superiore del polmone sinistro era triplicata, pur non essendovi tumefazioni linfonodali.

In data 18.12.1998 la Tac cerebrale evidenziò nell’emisfero destro, in sede profonda paraventricolare, una formazione espansiva grossolanamente rotondeggiante di circa 30 mm. di diametro massimo. Il 22.12.1998, dall’eseguita Tac con mezzo di contrasto si confermava la presenza di una voluminosa formazione espansiva grossolanamente rotondeggiante di circa 3 cm. di diametro massimo e disomogeneamente ipodensa. Dopo l’effettuazione di una Tac toracica il 4.1.1999 ed una biopsia Tac guidata della massa polmonare descritta al 3° medio superiore, la richiesta consulenza oncologica riteneva indicato un trattamento chemioterapico da iniziare in regime di ricovero.

Il 22.1.1999 lo V. S. fu trasferito dal reparto di neurologia a quello di oncologia, senza per questo poter essere operato per le ragioni già esplicitate, da dove fu dimesso il 6.2.1999 in fase metastatica. Da allora lo V. S. ha alternato brevi ricoveri duranti i quali ha eseguito i cicli di chemioterapia ad altri di permanenza a casa. Come già detto oltre la chemioterapia, lo V. S. è stato sottoposto a dieci sedute di radioterapia.

Gli attori reclamano a titolo ereditario il risarcimento del danno biologico temporaneo totale maturato tra il 18.12.1998 ed il 6.7.2000, oltre ad un danno biologico permanente pari al 100% per perdita dell’aspettativa di sopravvivenza a pari a 13 anni di vita presunta, nonché, dato il chiaro e non rinunciato richiamo contenuto in citazione, il risarcimento del danno morale.

La penosa successione di eventi che ha portato al decesso dello V. S., secondo la richiesta di parte attorea, avrebbe indotto l’affiancamento ad un danno biologico temporaneo, ossia l’alterazione della integrità psicofisica a seguito della riscontrata disfunzione in evoluzione, di un danno biologico permanente, la cui determinazione in termini percentuali secondo le tabelle medico-legali presuppone una stabilizzazione dei postumi traducibile in una irreversibile perdita delle funzioni psico-fisiche.

In realtà la condizione dello V. S. (Vittorino) è prospettabile in termini affatto diversi. Invero, è possibile riscontrare un danno biologico temporaneo quale sottoprodotto della malattia di base: l’emiplegia al lato sinistro e la correlativa necessità di aiuto nel vivere quotidiano, la necessità di sottoporsi a brevi ricoveri, la sottoposizione a cicli di chemio e radioterapie, il progressivo allentamento delle funzioni vitali e relazionali in parallelo all’avanzata della malattia. Danno biologico che non potrebbe non essere valutato in strettissimo parallelismo con il reclamato danno morale, al cui risarcimento (del danno morale) certamente non osta la mancata prospettazione di un fatto di reato, giusta la corrente rilettura in chiave costituzionalmente compatibile dell'art. 2059 c.c. operata dalla Cassazione (cfr. sentenze 31 maggio 2003, n. 8827 e 8828, nonché da ultima Cass. 1° giugno 2004, n. 10482), quanto piuttosto la mancata prospettazione della posizione soggettiva di rango costituzionale lesa.

In questo contesto, l’unica stabilizzazione ipotizzabile, con il dovuto rispetto, è quella legata all’evento morte, tant’è che a ben guardare la domanda attorea sul punto si lega alla perdita della sopravvivenza per un arco di tempo stimato in 13 anni, sì che non tanto di danno biologico permanente si dovrebbe parlare quanto di danno da morte o da perdita della vita.

A questo punto occorre fare un passo indietro e tornare alla relazione del dott. K., dove, come già detto, si legge: “… La tempestiva diagnosi, la successiva adeguata terapia nei modi e nelle opzioni sopra indicate, ed indipendentemente dalla scelta di quale di queste, avrebbe certamente allungato la vita del paziente e forse, ma limitatamente alla percentuale del 35% ad un massimo del 60% dei casi, anche con definitiva guarigione … certamente sarebbe stato possibile allungargli la vita di un periodo superiore a quello che è stato possibile fare sottoponendolo egualmente alle adeguate terapie, ma in stadio di malattia più avanzato rispetto a quello in cui si trovava al momento della esecuzione dell’indagine radiologica avvenuta in data 25.7.1997” (cfr. la relazione pag. 15). Se l’allungamento della vita non è prevedibile e non è neppure possibile la prova del contrario, ovvero verificare quale sarebbe stata la sopravvivenza con l’astensione da qualsiasi terapia o con l’adozione di una alternativa rispetto a quella adottata, si legge ancora nella relazione del C.T.U., “si può solo dire con una certezza prudenzialmente accettabile, che l’allungamento della vita ci sarebbe stato e certamente sarebbe stato superiore a quello che si è osservato … tale allungamento non sarebbe stato superiore solo di qualche giorno né che sarebbe stato superiore inferiore all’anno, si può cioè ragionare in termini di molti mesi di allungamento della sopravvivenza fino a qualche anno, anche 2-3 e, ma limitatamente ad una percentuale oscillante da un minimo del 35% ad un massimo del 60%, anche di una guarigione …” (relazione del dott. K. pag. 16).

Si può allora concludere con l’affermare che la condotta dei sanitari ha inciso sulla possibilità di sopravvivenza dello V. S.. In termini più comuni al dibattito si può parlare di chance di sopravvivenza, fermo restando che, una volta effettuata la verifica sull’an della responsabilità, si sta discutendo della delimitazione delle conseguenze risarcibili.

In questo contesto, richiamato in toto il ragionamento fatto in altra pronuncia dello scrivente (sentenza 15 marzo 2004, Donin e altri c. Assicurazioni generali s.p.a., in Foro it., 2004, I, 2256) è possibile utilizzare, in assenza di elaborazioni di tipo statistico in grado di pervenire, come teorizzato oltreatlantico, ad una valutazione della vita in sé (si pensi alla possibilità di individuare una misura precauzionale in grado di ridurre percentualmente il rischio morte, sì che il valore della prima moltiplicato per il coefficiente di riduzione del rischio morte è in grado di indicare il valore dato dall’individuo alla vita), l’unica soluzione non scriminante è quella, da intendersi come quella minima, che utilizzi il criterio tabellare in uso riferito ad un soggetto con una invalidità al 100%. Una diversa soluzione finirebbe per apprezzare in termini riduttivi la lesione della vita rispetto ad una lesione, sì grave, ma tale da offrire, sia pure in condizioni di menomazione, una spettanza di vita.

Sulla base dei criteri di valutazione del danno alla persona in uso presso il Tribunale di Venezia (v. Tabelle del Tribunale di Venezia) per tale voce di danno è possibile liquidare la somma di Euro 114.740,15 ai valori attuali. A tale importo si perviene operando sul valore di Euro 327.829 (valore del punto Euro 3.278,29 – età 65 anni – 100% ) l’abbattimento in funzione della percentuale stimata, prudenzialmente valutata nell’ordine del 35%, di una completa guarigione.

A titolo di danno biologico temporaneo, tenuto conto delle conclusioni di parte attorea, ossia la precisa indicazione del quantum per tale voce, sulla scorta dei criteri tabellari in uso è possibile ipotizzare una invalidità temporanea di grado crescente stimabile in media intorno al 70%, sì che è possibile liquidare l’importo di Euro 12.678,4 ai valori attuali (Euro 22,4 X 566 giorni).

In ordine al preteso danno patrimoniale mette conto rilevare che dalla narrativa dell’atto di citazione si ricava solamente che al momento della proposizione della lite V. S. percepiva una pensione annuale lorda di Lire 38.495.340. Dato, quest’ultimo, fornito insieme all’ammontare delle pensioni percepite dal figlio e dalla moglie. Senonché, dal tenore dell’atto in questione non si ricava in alcun modo che tra le voci di danno reclamate possa essere inclusa quella del lucro cessante, tanto più che al limite quest’oggi sarebbero solo i superstiti a poter lamentare la perdita dell’aspettativa alla percezione di quella parte di pensione che non sarebbe stata impiegata dal loro congiunto per consumo personale.

In relazione al preteso danno emergente, gli attori lamentano la sparizione dal loro fascicolo del doc. 9 indicante, come riportato in atto di citazione, le spese sostenute in allora. Cionondimeno, considerato che nella memoria istruttoria del 25.10.2001 gli attori hanno chiesto di poter provare a mezzo testi le spese di cui all’allegato doc. 2 (ossia della memoria istruttoria, documento effettivamente presente unitamente alla certificazione del 22.10.2001 dell’A.U.L.S.S. 12 Veneziana), è possibile concludere che quelle indicate nel documento qualificato come “estratto spese” riflettano nella prospettiva attorea gli esborsi sostenuti in concomitanza con la malattia del loro congiunto.

Al riguardo, tenuto conto del decorso della patologia (dal dicembre 1998 al luglio 2000) e della piena compatibilità tra lo stato invalidante (il paziente era stato colpito da emiplegia) e le ben note difficoltà di locomozione in ambito lagunare, è possibile liquidare per trasporti, fisioterapia, spese infermieristiche ed assistenza domiciliare l’importo complessivo e forfetario di Euro 9.000 riferito ai valori dell’epoca.

In relazione al preteso danno morale, si ripete, al suo risarcimento osta la mancata prospettazione della lesione di un bene di rango costituzionale, tale da vincere la riserva di legge contenuta nell’art. 2059 c.c. secondo la sopra riferita rilettura in chiave costituzionale offerta dalla Cassazione nonché dalla Corte costituzionale (sentenza 233/2004). In assenza di una specifica ed autonoma domanda, da valutare sotto il profilo dell’ammissibilità in relazione al thema decidendum venutosi a formare, non è possibile in questa sede apprezzare una simile voce di danno. Voce, quest’ultima, per effetto della riconduzione nell’alveo della non patrimonialità anche del danno alla salute (cfr. Cass. 4 novembre 2003, 16525; 20 febbraio 2004, n. 3399), astrattamente idonea a propiziare (ma non in questa sede) un diverso criterio di liquidazione di un danno che si potrebbe definire da agonia prolungata, ossia quello patito da chi vede progressivamente restringersi il proprio orizzonte di vita e soffre lucidamente per il lento spegnimento della sua vita.

Argomentazione non dissimile deve essere spesa, venendo a trattare le voci di danno pretese iure proprio da F. V. S. e Amalia D. A., con riferimento al danno morale da morte del congiunto. Nella comparsa di costituzione del 9.1.2001, anche quali eredi di V. S. Vittorino, gli attori si sono riportati a quanto esposto in precedenza, limitandosi a chiedere la condanna dei convenuti in solido a pagare agli attori la somma di giustizia a titolo di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale “per tutti i titoli sopra svolti …” Pare di tutta evidenza che agli atti non è rinvenibile una pretesa volta a rideterminare, per effetto della luttuosa sopravvenienza, l’ambito del già reclamato risarcimento del danno morale.

Nondimeno, in questa sede è possibile apprezzare il preteso danno morale (recte, non patrimoniale) patito da entrambi gli attori (ed espressamente indicato in citazione) secondo il ben noto canone della lesione della serenità familiare, ovvero della necessità di dover programmare la propria esistenza in funzione della presenza di un malato condannato a morire in un una lenta ed inesorabile agonia. Quindi in questa sede non viene in rilievo solamente il profilo, per certi aspetti intuitivo e rispondente all’id quod plerumque accidit, della necessità di alternarsi nella assistenza morale e materiale del loro congiunto (l’essere costantemente in casa o il doverlo accompagnare presso la struttura preposta per le terapie non certo secondarie), ma soprattutto quello della sofferenza ricollegabile al dover essere a fianco del proprio congiunto in attesa che la malattia compisse il suo lento ed inesorabile cammino. Una siffatta sofferenza morale in uno con lo sconvolgimento, si ripete ben ipotizzabile, della esistenza di entrambi gli attori entrambi viventi con il congiunto (cfr. il doc. 1 del fascicolo attoreo) offre il destro per affermare la lesione di un diritto di rango costituzionale fondato sugli artt. 2 e 29 della costituzione (cfr. Cass. 8827/2003; 8828/2003 e nonché sez. un. 1° luglio 2002, n. 9556 in relazione al problema della risarcibilità del danno in favore dei congiunti di un soggetto rimasto leso).

Lo stesso consulente tecnico d’ufficio prof. S., chiamato a valutare la possibilità di inquadrare in termini di pregiudizio psichico il lamentato aggravamento della sindrome ansioso depressiva di cui è portatrice la D. A. per la partecipazione alle sorti del congiunto e per la necessità di una diversa organizzazione della vita familiare, ha ritenuto impossibile apprezzare in termini percentuali l’incidenza dell’omessa diagnosi e poi del decesso. Nondimeno, si è osservato che “la condizione in cui la signora si è trovata, questa volta a causa del ritardo negligente con cui le era stata data la notizia del microcitoma di cui il marito era portatore, inquadra quello che oggi si intende danno esistenziale, ovvero una lesione alla qualità della vita del soggetto e che occupa lo spazio grigio che si situa tra il cosiddetto danno morale ed il danno biologico di interesse psichiatrico…”(relazione del prof. S. pag. 11).

Ora al di là degli schemi classificatori, è indubitabile, e lo sostengono persino i fautori del c.d. sistema bipolare, che all’interno del danno non patrimoniale (dove di recente è stata fatta riconfluire la voce danno alla salute) oltre al pretium doloris del danno morale, tradizionalmente legato ai fatti di reato, ed al danno biologico esiste un vasto territorio di pregiudizi non bagatellari, idiosincratici o da disappunto, che attentano ai diritti della persona di indubbio rilievo costituzionale. Ebbene a questi pregiudizi, filtrati da un contra ius costituzionale, pare doveroso offrire un adeguato ristoro.

Né è sostenibile che nel caso di specie sia mancata l’allegazione di quegli indici di rilevanza esterna apprezzabili sul piano del notorio, ovvero che nel caso di specie si rischi di pervenire ad una duplicazione di poste risarcitorie. Rispetto al danno alla salute, per vero invocato soltanto dall’attrice in citazione, ben distinto è il danno non patrimoniale ricollegabile alla lesione di diritti di rango costituzionale della personalità.

A tale riguardo, secondo una stima meramente equitativa, è possibile riconoscere per tale voce di danno in favore di ciascun attore la somma di Euro 70.000 ai valori attuali, assumendosi una partecipazione paritaria di entrambi, perché conviventi con il congiunto, alle necessità sopravvenute.

Il danno patito dagli attori, pertanto, è pari ad Euro 276.418,55, di cui Euro 267.418,55 ai valori attuali. Al fine di determinare una base di computo omogenea per il calcolo degli accessori, l’importo da ultimo indicato deve essere devalutato con riferimento alla data del decesso (indice istat FOI maggio 2004 - 123,00 – indice Istat FOI luglio 2000 – 112,30), così pervenendo a quello di Euro 244.155,31. Il danno patito dagli attori deve essere, quindi, liquidato in Euro 253.155,31 (Euro 244.155,31 + Euro 9.000). Sono inoltre dovuti gli interessi al tasso di volta in volta stabilito dal legislatore da computarsi sull’importo indicato, da rivalutarsi di anno in anno fino alla presente sentenza, dal fatto al saldo.

Le domande attoree devono essere accolte per quanto di ragione e, per l’effetto, l’Azienda U.L.S.S. 12 Veneziana, C. G. e U. L. Sergio, devono essere condannati in solido al pagamento in favore di D. A. e V. S. F. della somma di Euro 253.155,31, oltre gli interessi al tasso di volta in volta stabilito dal legislatore da computarsi sull’importo indicato, da rivalutarsi di anno in anno fino alla presente sentenza, dal fatto al saldo.

Le spese di lite, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

Spese di C.T.U. a definitivo e solidale carico di parte convenuta.

Sentenza provvisoriamente esecutiva per legge.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando nella causa in epigrafe riportata, respinta ogni altra domanda o eccezione, così provvede:

1) accoglie per quanto di ragione le domande attoree e, per l’effetto, condanna l’Azienda U.L.S.S. 12 Veneziana, in persona del Direttore generale p.t., C. G. e U. L. Sergio, in solido al pagamento in favore di D. A. e V. S. F. della somma di Euro 253.155,31, oltre gli interessi al tasso di volta in volta stabilito dal legislatore da computarsi sull’importo indicato, da rivalutarsi di anno in anno fino alla presente sentenza, dal fatto al saldo;

2) condanna l’Azienda U.L.S.S. 12 Veneziana, in persona del Direttore generale p.t., C. G. e U. L. Sergio alla rifusione solidale in favore degli attori delle spese di lite, liquidate in complessivi Euro 16.513,9, di cui Euro 2.030,9 per spese, Euro 4.483 per diritti ed Euro 10.000 per onorari, oltre IVA e CPA se dovuti per legge;

3) spese di C.T.U. a definitivo e solidale carico di parte convenuta;

4) sentenza provvisoriamente esecutiva per legge.

Venezia, li 10 novembre 2004

Il Giudice Unico

Il Collaboratore di Cancelleria

Depositata in cancelleria

Il Collaboratore di Cancelleria

PUBBLICATA IL 13 DICEMBRE 2004