Guardia medica e rifiuto di intervenire: omissione di atti di ufficio. Ritardo nell'assistenza medica domiciliare

 

TRIBUNALE PENALE DI SALERNO

sentenza del 25/07/2005

(omissis)

 

Svolgimento del processo

 

Dalle suddette emergenze dibattimentali, emergono evidenti, univoci e diffusi elementi circostanziali atti a comprovare la colpevolezza del prevenuto in ordine al reato di rifiuto di atti di ufficio.

Ed invero, la fattispecie del delitto previsto dall'articolo 328, comma 1, c.p. risulta integrata nelle ipotesi in cui, nella condotta del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio, sia ravvisabile non una generica negligenza o una scarsa sensibilità istituzionale, ma un consapevole, ingiustificato diniego, esplicito o implicito, di compiere un atto imposto da uno specifico dovere giuridico, che presenti inequivoci ed oggettivi connotati di urgenza ed indifferibilità, in relazione ad esigenze di preminente rilevanza prese in considerazione e protette dall'ordinamento.

La finalità sottesa alla citata norma incriminatrice, in sostanza, è quella di salvaguardare il regolare andamento e la funzionalità operativa della pubblica amministrazione a inadempienze dei propri dipendenti, che, in violazione di precisi obblighi normativi su di essi incombenti, possano illecitamente ostacolarne o comprometterne l'effettiva realizzazione.

 

Al riguardo, va rammentato che i compiti e i doveri dell'addetto al servizio di guardia medica rinvengono il loro specifico fondamento giuridico nelle disposizioni di cui all'articolo 13 D.P.R. 41/1991, in virtù delle quali, tra l'altro, il medico che esercita la funzione di guardia in forma attiva o in forma di disponibilità è tenuto, nel corso del turno cui è preposto, ad effettuare prontamente tutti gli interventi che gli siano sollecitati direttamente dall'utenza.

 

Orbene, nel caso di specie, a fronte di una reiterata e concitata richiesta di immediato soccorso, motivata da preoccupanti condizioni di salute di una bambina di diciassette mesi, l'imputato, pur percependo la manifesta ed oggettiva indilazionabilità dell'intervento, ha rifiutato, sostanzialmente, di prestare la necessaria assistenza medica, nonostante l'assenza di plausibili, legittime cause impeditive, limitandosi, nel prospettare una generica ed inattendibile impossibilità personale di agire, a sollecitare la madre a recarsi immediatamente in ospedale. Tanto si desume dalle convergenti risultanze delle deposizioni testimoniali rese dalla Tizia e dal Caio alle udienze dell'8 aprile 2005 e del 13 luglio 2005.

 

Ed infatti, come sancito dalla Suprema Corte, il diniego implicito del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio di porre in essere un determinato atto d'ufficio si realizza non già in presenza di una mera inerzia o di un semplice non facere, ma nelle ipotesi in cui la condotta tenuta dal soggetto su cui grava ope legis l'obbligo di provvedere costituisca, ex se, inequivoca ed evidente espressione di una volontà negativa d'intervento, vale a dire dell'intento consapevole di non adempiere un'attività doverosa, rientrante a pieno titolo nell'ambito della propria sfera di competenze.

 

Nella fattispecie in esame, invero, la richiesta della p.o. di un'urgente visita domiciliare, la descrizione dalla stessa fornita al Mevio della sintomatologia manifestata dalla bambina, la sussistenza di una situazione di imminente potenziale nocumento al bene dell'integrità fisica, lo specifico dovere professionale della guardia medica di effettuare tutti gli interventi che gli siano sollecitati, l'inesistenza di comprovati, legittimi e gravi impedimenti a prestare la necessaria assistenza sanitaria concretano dati circostanziali precisi ed univoci, ontologicamente idonei a qualificare giuridicamente l'inerzia del Mevio quale sostanziale implicito rifiuto.

 

Né assumono rilevanza in senso contrario le dichiarazioni rese dall'imputato in sede di esame, atteso che la ricostruzione dei fatti e le motivazioni dal medesimo rese in relazione alla sua omissione, non rivenendo riscontro alcuno nelle deposizioni testimoniali della Tizia e del Caio, ne infirmano ad imis l'intrinseca attendibilità e la valenza probatoria.

Ed infatti, il Mevio, all'udienza del 13 luglio 2005, come sopra evidenziato, nel negare di essersi rifiutato di visitare la bambina, ha riferito di aver chiesto telefonicamente alla Tizia di passarlo a prendere con l'automobile presso la guardia medica, rappresentandole di non conoscere le strade di San Gregorio Magno e di essere, quindi, nell'impossibilità di recarsi autonomamente presso la sua abitazione.

 

Tale circostanza risulta non solo assolutamente smentita dalla Tizia, dalle cui dichiarazioni emerge che l'imputato affermò soltanto di non poter far nulla, manifestandole contestualmente la necessità di trasportare d'urgenza la bambina in ospedale, ma anche confutata dalle deposizioni del Caio, che ha evidenziato che tra le varie giustificazioni fornite dal Mevio in sua presenza non era stata mai menzionata la mancata cognizione dei luoghi o l'impossibilità di muoversi dalla sede della guardia medica senza autovettura, né il fatto di aver espressamente chiesto alla moglie di recarsi a prenderlo per poter visitare la bambina, limitandosi l'imputato a ricondurre il proprio impedimento ad intervenire alla carenza dei medicinali occorrenti e alla inadeguatezza delle attrezzature e dei mezzi di cui era dotata la struttura in cui operava.

 

L'assunto della mancanza dei medicinali necessari, ad ogni modo, è incontrovertibilmente confutato da quanto sul punto dichiarato, all'udienza dell'8 aprile 2005, dal teste dott. XX, dirigente dell'ASL .. .. .. , in servizio al distretto sanitario di .. .. .., il quale, dopo aver confermato che, alle ore 5.30 del 5 gennaio 2005, medico di turno era il dottor imputato, puntualizzava che i locali della guardia medica erano provvisti di tutti i farmaci necessari per gli interventi di prima emergenza, ivi compresi ansiolitici come il valium, e che preciso dovere di chi è preposto al servizio di guardia medica è quello di intervenire anche a domicilio in caso di chiamata e di situazioni di urgenza.

 

Alla luce delle risultanze dell'istruttoria dibattimentale, inoltre, appare priva di ogni credibilità e verosimiglianza la circostanza, riferita dal prevenuto, secondo cui al medesimo sarebbe stato prospettato telefonicamente soltanto l'elevato stato febbrile, ma non sarebbero state chiarite le condizioni fisiche da cui poter desumere la sussistenza di una crisi convulsiva o, comunque, l'imminente insorgenza di pericoli per lo stato di salute della bambina.

 

Ed infatti, sia l'orario in cui è avvenuta la telefonata, sia l'agitazione e l'emotività con le quali la Tizia ha invocato il soccorso, sia la natura dei sintomi descritti, sia la normale prevedibilità, da parte di un medico, delle complicazioni fisiche cui i bambini sono potenzialmente soggetti in caso di elevata ipertemia costituiscono elementi gravi, precisi e concordanti che inducono fondatamente a ritenere che l'imputato abbia compreso e percepito appieno la sussistenza della necessità d intervenire tempestivamente e di porre in essere, quindi, un atto indilazionabile del proprio ufficio.

 

Il che, peraltro, è definitivamente corroborato e dimostrato dalla stesso invito formulato dal Mevio alla Tizia di trasportare con urgenza la figlia in ospedale, configurandosi tale sollecitazione come incontroverso indice rivelatore di un' avvertita situazione di imminente pericolo.

 

Al riguardo, occorre rimarcare che la fattispecie del reato di rifiuto di atti di ufficio in materia sanitaria postula, per la sua configurazione, non solo la presenza di un diniego, esplicito o implicito, da parte del soggetto incaricato, di effettuare un determinato intervento, ma anche l'indiferribilità dell'atto da compiere, che si verifica allorquando ricorre la possibilità di conseguenze dirette ed immediate sul bene giuridico, della sanità fisica o psichica della persona.

 

Nel caso di specie, le allarmanti condizioni di salute della bambina( confermate, peraltro, in sede testimoniale, anche dalla nonna materna ), rendevano effettivamente improcrastinabile la visita medica da parte del Basile, che, solo all'esito di un accurato controllo, avrebbe potuto valutare la necessità della somministrazione di farmaci o di un ricovero ospedaliero.

 

Ed invero, per consolidato orientamento giurisprudenziale, il potere demandato al medico di valutare la sussistenza di una situazione di sostanziale urgenza non può mai indurre a colpevoli inerzie ad omissioni, incombendo pur sempre sul medesimo il dovere di formulare una diagnosi o, comunque, di accertate le reali condizioni di salute di chi, denunciando un grave stato di sofferenza personale o di terzi, ne solleciti l'immediato intervento.

 

Ne consegue che il rifiuto, manifestato anche per comportamento concludente, di effettuare la visita medica, nelle dette circostanze, non integra un giudizio discrezionale del medico, bensì un indebito diniego di atti di ufficio.

Nella vicenda in esame, sul Mevio gravava uno specifico dovere giuridico di agire, che non lasciava margine valutativo alcuno, né, tanto meno, consentiva d opporre un impedimento ingiustificato, fondato su circostanze puntualmente contraddette dal quadro probatorio emerso dall'istruttoria dibattimentale.

 

Né rilevanza alcuna assume, ai fini della configurabilità dell'illecito ascritto all'imputato, la circostanza che, all'atto del ricovero, come risulta dalla cartella clinica e dalle dichiarazioni della teste dott.ssa XY, la bambina presentava solo elevata ipertemia e non riportava complicazioni fisiche, in quanto la consumazione del delitto di rifiuto di atti di ufficio, attesa la sua natura di reato di pura condotta, si verifica nel momento stesso in cui è stato espresso il diniego al compimento di un atto improcrastinabile, a prescindere, quindi, dalle conseguenze dannose che dallo stesso possano eventualmente derivare.

 

Il comportamento posto in essere dall'imputato, dunque, risultando ontologicamente idoneo non solo a ledere il bene giuridico immediatamente protetto dalla citata norma incriminatrice, id est il corretto svolgimento dell'azione amministrativa, ma anche il concorrente e contestuale interesse del singolo privato a preservare il bene dell'integrità fisica da pericoli che richiedono la reale efficienza del servizio sanitario pubblico, risulta de plano sussumibile nella fattispecie sanzionata dall'articolo 328, comma 1, c.p.

 

Alla luce delle suesposte argomentazioni, pertanto, va senz'altro dichiarata la colpevolezza del Mevio per il reato di rifiuto di atti di ufficio.

Per quanto attiene a trattamento sanzionatorio, valutati i criteri di cui all'articolo 133 c.p., concesse all'imputato le circostanze attenuanti generiche in ragione del suo stato di assoluta incensuratezza, pena equa da irrogare appare essere quella di mesi quattro di reclusione (pena base: mesi 6 di reclusione, ridotta a mesi quattro, ex articoli 62 bis e 65 c.p.).

Ex lege, consegue la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali.

Non sussistendo precedenti penali e non emergendo elementi da cui desumere che l'imputato in futuro non si asterrà dal commettere ulteriori reati, va concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena per anni cinque.

 

P.Q.M.

 

Letti gli articoli 533 e 535 c.p.p., dichiara MEVIO colpevole del reato a lui ascritto e, concesse le circostanze attenuanti generiche, lo condanna a mesi quattro di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali;

letto l'articolo 544 c.p.p., indica in giorni trenta il termine per il deposito della motivazione della presente sentenza.

Salerno, 13 luglio 2005